martedì 15 febbraio 2022

Un progetto per le future elezioni presidenziali

Da Donne della realtà
Il nostro blog, la memoria di un Paese
14 FEBBRAIO 2022

#SignoraPresidente, un hashtag subito perché 7 anni passano in fretta

Dialogo tra Iole Natoli e Paola Ciccioli in un Gruppo FB


Iole Natoli: Paola, l’essermi imbattuta occasionalmente nella professoressa Daria de Pretis (post precedente, ndr) mi ha suscitato una riflessione. Quando le proposte per la nuova presidenza della Repubblica erano in fase finale e bollente, tu insistevi nel Gruppo FB “Donne della realtà” perché si facessero dei nomi. Tutte noi avevamo qualche difficoltà a reperirne qualcuno che non fosse ricusabile da un qualche partito, perché legato a questa o a quella corrente ideologica.

Personalmente avevo scritto che sarebbe bastato cercare tra le costituzionaliste per trovare una Donna adatta allo scopo. Aver letto che Daria de Pretis non solo è giudice costituzionale e attualmente vicepresidente della Consulta, ma anche docente ordinaria di diritto amministrativo presso l’Università di Trento, mi spinge ad avanzare una proposta in vista dell’elezione futura (anni 7, sigh!).

Premesso che Donne della realtà mi sembra la sigla più adatta allo scopo di trovare donne del nostro tempo che abbiano le competenze necessarie per essere elette alla presidenza, ti suggerirei di istituire una rubrica volta a individuare fin d’ora le personalità femminili che si ritiene siano proponibili, possibilmente al di fuori dei partiti. Partirei dal gruppo delle Costituzionaliste (in Consulta e/o in Università), passando poi eventualmente ad altre tipologie.

Muoversi all’ultimo minuto non serve, perché c’è da guadagnare i consensi di molte parti politiche e questo è un lavoro lungo e non di brevissimo termine.

Se ti va bene, basta formulare una sigla con hashtag, per raccogliere sotto questa voce tutte le indicazioni motivate da una ricerca e non lanciate a caso, e ritrovarle poi per inviare una proposta/manifesto a tutte le forze politiche, quando sarà il caso di coinvolgerle in prossimità della nuova elezione.

Parto dal video qui sotto. Che ne pensi?

Paola Ciccioli: Cosa ne penso? Ne penso che la rubrica è cosa fatta e che l’hashtag è #SignoraPresidente.


Così - commenta a conclusione Paola Ciccioli - mentre ieri sera discutevamo al telefono di cognome materno, numero dei disegni di legge presentati e podcast della vice presidente della Corte Costituzionale Daria de Pretis, Iole Natoli mi interrompe per dirmi di aver fatto una scoperta che di lì a pochi minuti avrebbe pubblicato sul suo blog Il cognome materno in Italia nei matrimoni e nelle convivenze. E cioè, virgolettando: «Da una notizia pubblicata l’11 febbraio sul sito del Senato, apprendo con piacere e sollievo che martedì 15 febbraio alle 14,30 prenderà l’avvio in 2a Commissione (Giustizia) l’esame in sede redigente delle Proposte di Legge sul Cognome dei Figli. Le proposte in esame sono 6 (altre 3 giacciono alla Camera)».

Insomma, comincia a farsi un po’ più concreta la possibilità che le donne possano trasmettere il proprio cognome a chi mettono al mondo, superando finalmente una discriminazione antistorica.

14 febbraio 2022
 

© Paola Ciccioli e © Iole Natoli



lunedì 7 febbraio 2022

Elezione al Quirinale del 2022

"No, tu no!"

Presidente donna? Sì a parole, ma non nei fatti

 


Premetto che rispetto a talune ipotesi prospettate nei giorni del subbuglio quirinalizio, in particolare quelle di Berlusconi e della sua prosecutrice ideale Casellati, l’approdo a Mattarella, che ho sempre stimato moltissimo, ha costituito per me motivo di sollievo.
Tuttavia c’è qualcosa d’importante da aggiungere che va al di là dei giochi di palazzo a cui abbiamo di recente assistito.

Che dalla proclamazione della Repubblica non sia mai accaduto che una donna fosse eletta quale Capo dello Stato o Presidente del Consiglio, la dice lunga sullo SPESSORE MASCHILISTA della politica italiana.

La cosa fa il paio - e non a caso - con i 74 anni dalla Costituzione, nel corso dei quali il Parlamento italiano, nelle sue varie legislature, si è dimostrato incapace di accettare l'identità femminile, NON varando una legge sulla presenza del cognome materno (ovvero di colei che in primis genera) nel cognome dei figli. Niente madri nel cognome dei figli, niente donne a guida di un governo, niente "madri" simboliche a capo dello Stato.

Milano, 7/02/2022

© Iole Natoli

mercoledì 19 maggio 2021

Il #COGNOME ancor oggi simbolo del Potere maschile LINGUAGGIO QUOTIDIANO e FEMMINISMO

COGNOMI considerati INSUFFICIENTI - quando non arbitrariamente SOPPRESSI - nella citazione ordinaria delle DONNE

di Iole Natoli

by tesoridiroma.net

 

Non è solo il problema del falso neutro, mediante il quale l'identità delle donne è nascosta, che deve attrarre la nostra attenzione, né solamente l'assenza del loro cognome da quello delle figlie e dei figli. Qualcos'altro attesta sistematicamente nel quotidiano la fragilità del diritto femminile al SUO cognome.

Non mi riferisco unicamente all’abuso, tipico di molti media, di chiamare col solo prenome le donne, quasi fossero le vicine di case di chi parla o chi scrive, di qualcuno cioè con cui le stesse dividono ogni giorno l’ascensore e forse il supermercato di quartiere; c’è la discriminazione costante sottesa all’uso del “la” o del "prenome", obbligatori soltanto per le donne.

Essere individuati dal cognome è privilegio unicamente maschile, come un tempo nell'antica Roma quando le donne non avevano un cognome, al pari degli schiavi liberati (Stefano Boring, link). Le donne devono specificare di NON essere un uomo, come l’utilizzo del solo cognome presupporrebbe. Se si nomina solo il cognome si può star certe/i che è ad un uomo che ci si sta riferendo.

A: «Mi piacerebbe che si scegliesse Cartabia quale Presidente della Repubblica».
B: «Cartabia? E sarebbe?».
A: «L’ex Presidente della Corte Costituzionale, che ora è Ministra della Giustizia!».
B: «Ah, già, la Cartabia! Beh…».
A: «Non ti piace?».
B: «Ma sì, certo, Marta Cartabia… solo che a me sembra più adatto Draghi».

Chiaramente è solo un esempio, che prescinde dalle competenze specifiche e dagli orientamenti politici. Se fosse donna, del suo prenome Draghi avrebbe per regola generale bisogno, ma in quanto è Uomo quel “Mario” viene scritto o pronunciato solo sporadicamente, in pura funzione di optional. Non occorre nemmeno l’articolo “il”. È il designato per antonomasia, il dominante nella nostra specie individuato come tale grazie all’uso netto, secco e inequivocabile del solo cognome.

Così per tutti, sia ben chiaro, l’attuale Premier non ne ha proprio colpa. Il punto è che ancor oggi il cognome è inconsciamente avvertito come di pertinenza maschile. La donna deve giustificarne l’uso con qualche malinconica stampella, che le viene graziosamente consegnata quando è presente sulla scena pubblica. Fedeli, Meloni, Boldrini, Carfagna, Bellanova e anche Cartabia, salvo qualche rara eccezione, con un “La” non musicale o col "prenome”.

19.05.2021

© Iole Natoli

lunedì 20 gennaio 2020

L’ergonomia delle palle a Coffee Break

Attributi con valore di forza, una costante del linguaggio maschile
di Iole Natoli
 
S.Hermann & F.Richter per Pixabay
C’è chi crede che la frase "tirare fuori le palle" venga condannata da alcune donne per moralismo. Chi lo afferma - lo ha fatto nella trasmissione odierna un ospite di Coffee Break, così qualificando la contestazione di Daniela Preziosi del Manifesto (link) - non ha mai analizzato a sufficienza il retroterra dell’ espressione abusata.
"Tirare fuori le palle" sta per compiere un atto di forza, un atto "virile" in grado di produrre un qualche esito. Se rapportato all'azione politica (come nel talk show odierno) indica per di più che l'atto di forza in grado di incidere sull'andamento della società può essere compiuto solo dai maschi, detentori esclusivi, appunto, dei "contenitori di forza bruta".
Qualcuno rileva che tale “formula magica” viene usata talora anche da donne. Vero, ma ciò non cancella l’origine dell’usanza. Sappiamo bene che talune donne scambiano il femminismo per emancipazione, confondono la parità dei diritti con la fotocopia dei diritti maschili storicamente determinati, giusti o interamente inadeguati che siano, sono in sostanza “costole di Adamo” in attesa di un riconoscimento maschile e non soggetti autonomi che determinano il proprio destino. Fortunatamente rappresentano un quota numerica in diminuzione costante.
Tornando al consueto pallottoliere mentale che tanto assilla il genere maschile, sorge spontanea la sconfortante domanda: possibile che nel 2020 d.C. la metà meno popolosa del cielo sia ancora vincolata a questi schemi?
20.01.2020

mercoledì 5 giugno 2019

NOA POTHOVEN - L’inenarrabile sofferenza negata

Una notizia shock manipolata
ci mette vis-à-vis
con la realtà
di Iole Natoli

Noa Pothoven
la diciassettenne che aveva narrato in un libro le sofferenze dovute a un’esperienza infantile di stupro per le quali si è lasciata morire




giovedì 6 dicembre 2018

Perché si chiami Gravidanza per Altri è necessario che gli Altri ci siano


Quando a far sragionare è il pregiudizio
di Iole Natoli


Poco meno di un mese fa, abbiamo appreso che una coppia di donne italiane aveva ottenuto dal Tribunale di Genova che la bimba nata da una di loro fosse riconosciuta legalmente come figlia di ciascuna di esse, con trascrizione nell’atto di nascita.

Vediamo meglio quel che era successo in questo caso abbastanza fuori dal comune.

venerdì 30 novembre 2018

Una NORMA per FERMARE L'ABUSO della "GPA" Lanciata una PETIZIONE al Parlamento


Diciamo NO all'UTERO IN AFFITTO che rende vendibili i bambini privandoli della madre naturale

di Iole Natoli


 

 

Ci si confronta e scontra, anche a livello istituzionale, sulle certificazioni anagrafiche delle vittime di una prassi malsana - situazione che andrebbe fronteggiata con una rapida adozione del bambino da parte del cosiddetto genitore intenzionale, in linea con quanto espresso in passato dalla Corte di Strasburgo - e si tralascia invece di occuparsi del come prevenire il problema, arginando la deriva già in corso.

Recentemente alcune esponenti della destra parlamentare hanno presentato proposte di legge, al fine di stabilire la perseguibilità della surrogazione di maternità – detta Gestazione per altri, o più appropriatamente "Utero in affitto o in comodato" – anche in caso di pratica attivata e portata a compimento all’estero. Ne siamo liete e ringraziamo le autrici; è quello che la Rete Femminista Italiana Contro L’Utero In Affitto chiede a gran voce da tempo e su cui stranamente la sinistra, che in altre parti d’Europa si è fatta carico con chiarezza del problema, ha preferito sinora non muovere foglia.

Ciò che però rileviamo esaminando le proposte è, in primo luogo, l'assente determinazione della pena che è invece essenziale per ottenere il risultato auspicato e, in secondo luogo, una specificità insufficiente, visto che i ruoli giocati nella vicenda della surrogazione sono diversi e che in nessuna delle proposte se ne tratta.
Ci appare dunque necessario che un'integrazione con altre formulazioni ci sia, affinché quanto desiderato e proposto divenga fattibile in concreto.

La prima norma di cui si chiede qui l'introduzione consiste nel definire come reato, punibile con reclusione non inferiore a tre anni - tre, che dovrebbero essere tali al netto di ogni sconto di pena solo nel caso in cui gli eventuali sconti potessero interferire con la punibilità (cosa di cui non sono informata) -, l'indurre una persona a sottoporsi a terapie farmacologiche e a interventi medici mirati all'utilizzo di un organo del suo corpo e dunque del corpo stesso per un fine a lei estraneo, come nel caso di una GPA, che non rientri nell'ordine di una donazione di organi fatta allo scopo di salvare una vita umana.

Ciò perché, come da art. 9 del codice penalecon una pena superiore a tre anni il reato diventerebbe perseguibile in Italia anche se commesso dal cittadino in territorio estero e nei confronti di una o di uno straniero.

È evidente che una norma siffatta colpirebbe tutti i soggetti coinvolti nella GPA ad eccezione della “prestatrice d’opera”, che per questa via verrebbe esonerata dal dilemma esistenziale consistente nello stabilire se la sua autodeterminazione di persona possa avere a che fare col prestare il suo utero ad altri determinando così la nascita di una vita umana a lei estranea, DIRITTO CHE NON LE COMPETE.
È altrettanto evidente che i cosiddetti genitori intenzionali dovrebbero valutare, PRIMA di accedere a una GPA in Italia o all’estero, quanto sia loro gradita la prospettiva di trascorrere un minimo di tre anni in stato di detenzione, portandosi eventualmente in carcere il bambino.

Non è da escludere che in alternativa a quanto proposto si possa invece intervenire sull’art. 9 c.p. prevedendo un abbassamento del tetto dei tre anni per la perseguibilità dei reati commessi dai cittadini italiani all’estero, adeguandolo alle pene previste dalla legge 40/2004 sulla Procreazione assistita.

Abbiamo visto di recente manifesti aberranti, lanciati nel giorno dedicato alla lotta alla violenza contro le donne. Alle proteste di una larga maggioranza di femministe, che hanno portato la loro voce anche all’ONU, si contrappongono campagne mosse da egoismi personali, che veicolano – consapevolmente o meno - enormi interessi di mercato. Mercato di bambini, mercato di donne, lavaggio del cervello della popolazione, attivato affinché quegli interessi egoistici e commerciali prevalgano.

Non c'è maggiore stoltezza di quella che identifica l'autodeterminazione della donna col presunto diritto di farsi VOLONTARIAMENTE ingravidare, per mettere al mondo VOLONTARIAMENTE un essere verso il quale, VOLONTARIAMENTE, non intende assumersi quella responsabilità genitoriale che discende automaticamente - e per legge - dal mettere al mondo un bambino. E chi pretende di assimilare tale situazione al diritto riconosciuto alla madre partoriente di non essere nominata come madre commette un errore madornale, dato che in quest'altro caso ci troviamo dinanzi a una gravidanza non voluta (dunque subita) e non provocata ad arte come una Gpa.

L'autodeterminazione presuppone che questa sia esercitata su di sé, non su altri, perché in caso contrario diventa un'autodeterminazione volta ad etero-determinare. Ora, la donna che, per supposta autodeterminazione, prende la decisione di mettere al mondo qualcuno che niente ha a che fare con la sua identità personale e genetica, per poi darlo ad altri come da programma, sta eterodeterminando quell'essere. Di conseguenza, la sua azione può essere definita correttamente come pura e semplice “prevaricazione”, sia pure indotta da un sistema prostituente che le toglie la dignità di persona.

La sentenza n. 272/2017 della Corte Costituzionale, chiamata a valutare un procedimento di impugnazione del riconoscimento di figlio naturale per difetto di veridicità – il bimbo era nato all’estero da una gestazione surrogata e non aveva nessun legame biologico con la coppia che lo aveva ottenuto -, nell’affermare che l’interesse del minore è preminente rispetto ad altre considerazioni pur valide, ha espressamente definito la cosiddetta “maternità surrogata” come pratica “che offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane”.

Intollerabile è la parola giusta e non solo perché ad usarla è la Corte. L’intollerabile lesione della dignità femminile e dell’infanzia, considerata merce da progettare su catalogo, da vendere e privare della naturale continuità con la madre, VA FERMATA.

Ciò che qui si propone di inserire in una proposta di legge non ha solo un aspetto punitivo, ineliminabile per qualsiasi reato; ha una funzione dissuasiva eminente, consente di rendere poco appetibile un’intenzionalità genitoriale, nonché un’esorbitanza retribuita di potere, che dell’obbligo di rispettare la dimensione umana della filiazione, con una fin qui incontenibile protervia, si beffa.

È sufficiente punire chi induce o appare invece altrettanto necessario, anche per una forma di coerenza, punire allo stesso modo chi si lascia indurre da altri a procreare a vantaggio di perfetti estranei? Deciderà chi adotterà la proposta. Che ci si limiti alla norma qui delineata o si ritenga di aggiungerne un'altra, occorre che la punibilità sia assicurata e che dunque l'entità della pena consenta, diversamente da oggi, il perseguimento del reato commesso anche all'estero e non solamente in   Italia.

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Milano, 26 novembre 2018 - 16 aprile 2023
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