mercoledì 23 maggio 2012

PETIZIONE / No al Femminicidio







 
Di Iole Natoli
e Francesca Rosati Freeman

Al Presidente Napolitano
27 Marzo 2012


Illustrissimo Signor Presidente Giorgio Napolitano,

Il bollettino di guerra quotidiano ci comunica sistematicamente l’aggressione di una o più donne in una qualche regione d’Italia per mano di mariti, compagni, fidanzati abbandonati o che si credono tali, aspiranti partner sessuali respinti, i quali, considerando non persona ma proprietà del genere maschile la sfortunata di turno, ritengono di poterla oltraggiare, ferire, violentare, assassinare, con la stessa disinvoltura con cui si rompe o si getta via un oggetto usato, se la possibilità di quell’uso  viene meno.

Bollettini di guerra, dicevamo, stilati spesso con una leggerezza colpevole, in cui primeggiano espressioni linguistiche come “GELOSIA”, “DELITTO PASSIONALE”, “TRADIMENTO”, “INNAMORATO RESPINTO” e altri termini che potremmo definire facezie, se non fossero formule devianti, che, pur conseguendo in parte a un linguaggio giudiziario di cui si rende urgente il cambiamento attraverso una legge specifica, contribuiscono al mascheramento dell’IDEA DI POSSESSO, come unica fonte reale di quegli atti. Quale che sia il diritto penale che lo ispira, il linguaggio giornalistico non è un manuale di diritto che consultano gli addetti ai lavori: è un mezzo di comunicazione di massa, che si rivolge all’immaginario collettivo e lo influenza contribuendo a formare l’opinione dei lettori, a dissiparne o consolidarne i pregiudizi più dannosi e frequenti.
Non è possibile che si continui, salvo lodevoli casi abbastanza rari, a ignorare l’inestimabile peso del linguaggio e che si alimenti negli uomini l’idea che aggredire, violentare, assassinare una donna che non li ama più o che rifiuti di cominciare a farlo sia riprovevole, sì, ma “emotivamente comprensibile”, sentiero ignobile da cui si giunge a ritenerlo anche lecito. Non è accettabile che chi detiene le leve del linguaggio mediatico si renda, per ignoranza, stupidità o indifferenza, assurdo complice del persistere di una mentalità delittuosa e la trasmetta alle generazioni maschili ancora in crescita.
Noi Le chiediamo di aggiungere la Sua autorevole voce alla nostra. Glielo chiediamo perché sappiamo che sul linguaggio comunicativo ha reclamato pubblica attenzione in passato, sia pure in campi differenti da questo e perché sappiamo di non chiederle interventi che esulino dalle sue competenze istituzionali, che non prevedono istituzioni di leggi o atti di governo. Glielo chiediamo perché Lei rappresenta la popolazione italiana che soffre tutta della situazione attuale. Ne soffrono in prima linea le DONNE, vittime dirette o indirette dell’efferatezza delinquenziale maschile che viene esercitata su madri, figlie, sorelle e amiche, e insieme a loro ne soffrono quegli UOMINI che simili procedure non accettano, che temono anch’essi per il futuro delle donne della propria famiglia o della propria cerchia amicale, che si sentono offesi dal poter essere accomunati nell’immaginario collettivo a nemici del genere femminile. Glielo chiediamo, paradossalmente, anche nell’interesse di coloro che sono già sulla via di divenire aggressori, violentatori, assassini di donne, in cammino verso un FEMMINICIDIO ritenuto possibile, visto che nulla in concreto si fa per arginarlo. La stigmatizzazione necessaria con cui la notizia di un crimine va data non può contenere ambiguità. L'uso di un linguaggio appropriato può contribuire utilmente a scongiurare la banalizzazione del delitto, primo passo verso una sua supposta liceità; il delinquente potenziale deve trovare un muro di disapprovazione palpabile intorno a crimini determinati essenzialmente dalla pretesa di possesso e dal rancore, in modo che un ripensamento sia possibile PRIMA che egli abbia oltrepassato quel limite che, dall’irruente irragionevolezza di un “IO FAREI”, lo consegna a un definitivo “IO HO GIÀ FATTO”.
Dal Presidente della Repubblica Italiana, alla quale apparteniamo per nascita, lingua e in parte per cultura - in parte in quanto   questa esula dai ristretti confini nazionali -, ci aspettiamo un pubblico richiamo agli organi di stampa e di comunicazione mediatica, un’esortazione a quella correttezza di linguaggio che manca e che produce effetti d’incremento su quel fenomeno delinquenziale crescente, che prende il nome, scomodo per molti ma reale, di FEMMINICIDIO.
La ringraziamo della lettura, dell’ascolto interiore e della voce che vorrà levare alta al riguardo e Le porgiamo, Signor Presidente Napolitano, i nostri fiduciosi saluti.
Iole Natoli e Francesca Rosati Freeman
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In data 26.03.2012 è stato inviato agli OdG nazionali e regionali un testo quasi identico a quello che ora segue. Poiché, nell’unirlo al testo della presente petizione indirizzata al Presidente della Repubblica, abbiamo provveduto ad apportarvi qualche integrazione, a nostro avviso proficua, ne replichiamo l’invio agli OdG, oltre ad estenderlo, come già previsto, alle maggiori testate giornalistiche e ad alcune emittenti televisive.

Egregi Direttori, Egregi Giornalisti,

il linguaggio usato troppo frequentemente dai quotidiani, dai periodici e dalle emittenti televisive per cui lavorate richiede delle modifiche radicali, affinché non vi rendiate per leggerezza complici di un costume sociale che, nel considerare le donne come oggetto di dominio maschile e non soggetti di diritti autonomi, ne fa le vittime predestinate di ogni frustrazione di ciascun Ego maschile reazionario.
Ed è per questo, perché Voi possiate non sentirvi complici e noi non rimanere nel chiuso di un mattatoio alimentato continuamente da nuove vittime, che vi diciamo con quella chiarezza che ci deriva dal sapere di voler difendere un diritto inalienabile quale è la vita: NON VOGLIAMO più sentire la parola GELOSIA come MOVENTE, perché la gelosia non è un sentimento originario e spontaneo, ma derivato dall’idea di possesso che è illecita e delittuosa già in sé. NON VOGLIAMO più sentir parlare di DELITTO PASSIONALE: il FEMMINICIDIO va urlato fino a stordire anche i più sordi.
La GELOSIA nella cultura patriarcale è giustificata dalla convinzione erronea e perversa che essa sia inscindibile dall’amore, ma nelle culture matriarcali la si disprezza e la si condanna perché fonte di conflitti e di violenza, irridendo chi si mostra geloso ed emarginandolo. E non ci stiamo riferendo qui alle culture matriarcali del passato, ma a quelle che esistono tuttora e di cui ne citiamo per brevità solo due, la cultura Minangkabau e la cultura Moso, rimandando per ogni approfondimento alle pubblicazioni di Heide Goettner Abendroth, di Peggy Reeves Sanday e di Francesca Rosati Freeman.
Ri-definiamo dunque la parola GELOSIA, che ha molto poco a che fare con l’amore e che maschera pericolosamente il concetto deviante di "appartenenza" dell'altra/o, in una relazione di coppia che toglie al rapporto proprio ciò che rende nobile l'amore: la libera donazione di sé. Donazione che non è contrattabile: che può finire esattamente come ha avuto inizio. Abituiamo gli uomini, fin da bambini, a comprendere il valore della libertà nei rapporti e facciamolo usando in maniera più appropriata il linguaggio corrente. Fatelo anche voi, perché da questa responsabilità collettiva verso le potenziali vittime e i potenziali carnefici NON SIETE ESENTI.
In quale modo? Ci permettiamo, sempre per quel diritto di autodifesa che in quanto donne-vittime sacrificali ci compete, di farvi un piccolo esempio.
Scegliamo un recente articolo apparso su Repubblica.it, ma sia ben chiaro che avremmo potuto sceglierne altrettanto appropriatamente anche un altro di una qualsiasi differente testata.

laRepubblicaNAPOLI.it, 24 marzo 2012, cronaca.
Titolo e occhiello:
“Salerno, 17enne accoltellata: è grave confessa l'ex fidanzato della ragazza.
Il giovane di 19 anni l'ha colpita per gelosia mentre l'accompagnava a scuola. Era convinto che fosse innamorata di un altro. Per lui l'accusa di tentato omicidio. La vittima è in prognosi riservata”.

Testo
“La furia della gelosia è durata un attimo, quanto è bastato per compiere un gesto dalle conseguenze irreversibili. Ha accoltellato la fidanzatina ma poi ha confessato. E' in carcere il 19enne di Salerno che ieri mattina ha sferrato una coltellata a una 17enne, credendola innamorata di un altro. Storie di ragazzi, risolte come a volte capita agli adulti. Lei è in ospedale, in prognosi riservata ma non rischia la vita”.

Già. Un tale accoltella la “fidanzatina” (com'è simpatico questo diminutivo, diminuisce anche l'entità della colpa, rende tutto un giochino da niente!), per “storie di ragazzi, risolte come a volte capita agli adulti” (sic). “Capita” per caso. “Capita”, come incontrare per strada un amico e invitarlo a bere assieme un caffè. Insomma, una coltellata è una cosa che “capita” o può capitare a chicchessia… cosa ci sarà mai di strano in tutto questo? Certamente lei è in ospedale, questo è vero, però… via, “non rischia la vita”. Sarebbe mai potuta una scenata finire forse meglio di così?
Non siete d’accordo con noi sull’analisi? Trovate forse che stiamo esagerando? Non c’era modo di dare la notizia diversamente? Beh, eccovi, tanto per capirci meglio, un esempio, che se anche dovesse essere imperfetto sarà abbastanza dimostrativo ugualmente.
“Un giovane di 19 anni, con il movente di un preteso possesso, ha accoltellato presumibilmente allo scopo di ucciderla la fidanzata, rea a suo avviso di voler "appartenere" non più a lui ma ad un altro. La vittima, una ragazza appena diciassettenne, è in prognosi riservata e anche se non versa in pericolo di vita rischia, com’è accaduto e purtroppo accade anche ad altre, di rimanere segnata forse per sempre dal trauma.
Starà al giudice stabilire se l’aver utilizzato un coltello a serramanico che aveva portato con sé, determini per l’aggressore l’aggravante della premeditazione, nel tentato omicidio consumato”.
A noi sembra che la differenza ci sia e riteniamo che sappiate notarla anche Voi.
Riteniamo cha atti del genere siano l’approdo estremo ma ormai quasi continuo di una mentalità maschilista, di antica derivazione patriarcale, che va esplicitamente contrastata: riserviamo il diritto di proprietà solo agli oggetti, non incoraggiamo, sia pure per leggerezza o distrazione, chi vuole esercitarlo sulle persone. Non è sufficiente, infatti, che in cuor suo il giornalista condanni le aggressioni e le uccisioni - non stiamo affermando che le condivida -, né basta che si rifaccia a formule giudiziarie che andrebbero modificate in altra sede. È necessario che il linguaggio che usa si sottragga agli stereotipi correnti, perché esso influisce, in una direzione o nell’altra, sulle opinioni e i comportamenti di cui scriviamo.
Siamo certe che sarete in grado di considerare la responsabilità che Vi compete nel determinare la corretta percezione di un fenomeno che colpisce direttamente noi, o le nostre figlie, sorelle, nipoti e a volte madri… che potrebbero anche essere madri, sorelle, nipoti o figlie VOSTRE.
Porgiamo dunque i nostri migliori saluti, aspettandoci che poniate in atto il cambiamento di mentalità e di linguaggio che con questa Vi viene richiesto. Ce lo attendiamo senza nessuna riserva, perché VOGLIAMO - e ne abbiamo il diritto - CHE IL FEMMINICIDIO CRESCENTE SIA FERMATO.
http://www.firmiamo.it/no-al-femminicidio---al-presidente-napolitano

© Iole Natoli e © Francesca Rosati Freeman - 27 Marzo 2012


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